Lucrezia Marinelli

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Picnic alla spiaggia

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Regia di Gurinder Chadha

Recensione di Chiara Visentin

 

 

Questo film segna l’esordio della trentenne Gurinder Chadha. La regista affronta il tema della differenza: razziale, culturale, generazionale e soprattutto sessuale.

Ambientato nell’Inghilterra post-Tatcher, dove le tensioni sociali sono al limite di rottura, il film ci mostra un gruppo di donne di origine indiana nel “giorno di divertimento delle donne”, unica occasione per sottrarsi alla pesantezza della quotidianità. Ma per le protagoniste questo giorno di festa invece di diventare un’opportunità di incontro e di allegria, si carica inizialmente di un aspro conflitto generazionale, poiché le più anziane si ergono a paladine della morale tradizionale.  Diventa così inevitabile la rottura con le più giovani, che con questa morale non hanno più niente a che fare e trasgrediscono le sue regole.

Alla fedeltà a un sistema di valori ormai inadeguato, che la minoranza indiana in Inghilterra si autoimpone, con un integralismo che appare assurdo persino a chi vive ancora in madrepatria, si contrappone l’obbligo al divertimento di bassa lega di Blackpool, la Rimini delle classi popolari inglesi.

Si può quindi leggere il film come un grido di libertà: libertà sessuale rivendicata dalle più giovani, libertà dai pregiudizi razziali, dalla famiglia patriarcale, dai ruoli obbligati, dalle frustrazioni di una vita monotona al di sotto delle proprie aspettative e capacità, libertà dall’obbligo di omologazione ai modelli occidentali.

Libertà cioè di essere e di vivere ciascuna secondo il proprio desiderio e che si può conquistare solo con l’appoggio delle altre donne.

Nel film la mediazione generazionale arriva quando una delle “zie” per difendere una ragazza picchiata dal marito, lo percuote a sua volta, sovvertendo le regole di sottomissione femminile. Regole che già inconsapevolmente rifiutava, al punto da provocarsi continue visioni che a “dovere, onore, sacrificio” la richiamavano.

Quando viene allo scoperto che l’oppressione femminile è anche frutto di automoderazione, e capiscono che l’osare l’inosabile è un percorso vincente, in tutte si produce un cambiamento: nascono la relazione, la consapevolezza, la solidarietà.

 

 

 

 

 

 

 

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