Lucrezia Marinelli

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Danzon

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Regia Maria Novaro

Recensione di Giulia Cohen

La regista messicana Maria Novaro ha firmato questo piacevolissimo film presentato sia a Cannes nell’ambito della Quinzaine che alla Rassegna di Firenze, un film decisamente e dichiaratamente femminile come ha rilevato Anna Maria Mori nel suo articolo sul cinema delle registe pubblicato su Repubblica del 22 aprile 1992.
Apparentemente è una storia abbastanza convenzionale che vede protagoniste un gruppo di attrici non più giovani ma sempre perfettamente truccate e vestite alle prese con ballerini machos che incontrano nei dancing di Città del Messico e con i quali si cimentano in balli virtuasistici appunto il danzon, una variante locale del liscio. Il film riprende il taglio che fu già di un’altra pellicola "Ballando ballando" di Ettore Scola e fa del ballo una specie di metafora della vita sempre in bilico fra realtà e sogni rosa. La trama è esile: Giulia madre quarantenne di un’adolescente di nome Perla, golosa di dolci e di fumetti, è un’assidua frequentatrice di sale da ballo insieme alle sue amiche con le quali condivide la passione per le figure armoniose del danzon e la realtà di un lavoro di telefonista di una compagnia di assicurazioni.
La regista intreccia abilmente gli episodi del ballo al ritmo di canzoni tutte "Amor y corazon" con le annotazioni del vivere quotidiano di questo microcosmo di donne, salute, amori e persino battute sulla menopausa. Giulia non ritrova più il suo partner fidato, tale Carmelo Benitez (di lui si sa molto poco) con il quale ha vinto numerose coppe che fanno bella mostra di sé nella casa da madre single che condivide con la figlia.
La ricerca di Carmelo la porterà ad intraprendere una spece di viaggio iniziatico nella cittadina di Vera Cruz tutta navi palme e marinai come in un musical hollywoodiano degli anni ‘50.
Nel suo peregrinare per la città, sempre sottolineato dalla regista con briose scene di bambini annaffiati da madri premurose, Giulia giunge in uno strano albergo gestito da una burbera matrona e incontra una amabile prostituta e un travestito "artista" di cabaret, che si prodigano per farle ritrovare il cavaliere perduto.
In queste scene filmate con una dichiarata tecnica iperrealista, colori laccati e squillanti, navi bianchissime dai nomi ridondanti e melò (Mi ves y suffies, amor y perdicion) Giulia conoscerà l’amore in una sequenza dichiaratamente telenovelistica. Il marinaio biondo, atletico sussurra roventi parole alla Signora in Rosso che passeggia sul molo.
Ma la regista, l’ironica Maria Novaro è in agguato e rovescia la trama da opera pucciniana: niente Madame Butterlfy. Stavolta è Pinkerton - marinaio che viene abbandonato con una letterina che spiega che bisogna tornare dalle amiche e dalla figlia, alla realtà di un’esistenza al femminile, assunta in prima persona. Come dice la materna prostituta affidando i suoi bambini alle cure serali dell’asilo ‘devo lavorare io, non vado mai in vacanza, per i bambini, sai: mi fermo solo quando ho il mestruo".
In questo film infatti, gli uomini sono solo figure di contorno, parentesi di gioco, di desiderio, forse per alcune di pacata sofferenza, ma la realtà é nelle mani delle donne che, come spiega Giulia alla figlia, facendola ballare "sono un punto da fissare nel vuoto, mai negli occhi" appunto per continuare a sognare.

 

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