Lucrezia Marinelli

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Segreto di Esma (Il)

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Regia Jamila Zbanic

Orso d'oro - Berlino 2006

Recensione di Laura Modini

Una corriera si allontana; al suo interno una scolaresca festante in gita canta a squarciagola “Sarajevo amore mio”. Nel lunotto posteriore il volto di una adolescente morbido, pensoso; una fascia azzurra avvolge la testa dai capelli rasati; una mano lentamente si alza, gli occhi fissi guardano oltre il vetro, si stringono dando vita ad un sorriso rivolto ad una donna che con le lacrime agli occhi la sta salutando. Mentre la corriera scivola via, continua ad agitare la mano e sorride, finalmente! Una madre e una figlia si sono ritrovate. Una menzogna a copertura di un terribile segreto le aveva allontanate, la verità riunite.
Questa l’ultima scena del film di Jasmila Zbanic “Grbavica “ - dal nome del quartiere di Sarajevo che nei terribili anni di guerra (1991-1993) fu teatro di violenze efferate -. E’ anche il quartiere in cui la regista ha abitato fino all’adolescenza e che abita oggi, dopo essere stata in America nel 1995 con una compagnia di marionette per alcuni anni nel tentativo di reinventarsi un nuovo destino cercando di dimenticare. Ma nel 1997 è ritornata a Sarajevo, unico luogo in cui avrebbe potuto ricucire lo strappo di una vita interrotta.
Il film in Italia viene distribuito dall’Istituto Luce col titolo “Il segreto di Esma” dal nome della protagonista, una donna comune (la regista dice una donna che vive una vita “qualsiasi”, di tante) con un passato terribile ma condiviso con migliaia di donne bosniache e io aggiungerei non solo e non solo in Europa.
Esma è schiacciata dal suo passato e dal suo “segreto” del quale non riesce neanche a parlare. Nei momenti di totale silenzio la colonna sonora del film è di grande aiuto: con le “llahija” - canti dedicati a Dio - sottolinea gli stati d’animo più dolorosi e i grandi silenzi che spesso sono più assordanti di migliaia di grida.
Una sofferenza cupa e schiacciante portata nelle varie piccole azioni quotidiane: nelle amicizie, nel lavoro, con la figlia, con se stessa.
La regista, nata a Sarajevo nel 1974, chiarisce di non essere mussulmana e ricorda che i suoi genitori, seguaci di Tito, l’avevano educata al laicismo. Ha studiato arte drammatica, ma anche regia. Ha realizzato una antologia di racconti brevi della Bosnia Erzegovina e ha pubblicato un testo teatrale. Ma il cinema è la sua passione. Dal 1997 ha cominciato a realizzare documentari che girano con successo anche fuori dall’Europa. Nel 2000, in attesa di una bimba, iniziò a scrivere la sceneggiatura del suo primo film di fiction. Doveva essere un documentario sulle donne di Sarajevo e le violenze subite. Ma si rese conto che intervistare ancora queste donne sarebbe stato una ulteriore violenza. Decise di trasformare il materiale raccolto in una storia singola che avrebbe significato tutte le donne ascoltate e le loro sofferenze. Scelse come luogo il quartiere di Grbavica che negli anni di guerra era stato il quartier generale delle truppe militari serbe-montenegrine. Qui avvennero le violenze e gli stupri sulle donne bosniache. Il nome stesso del quartiere significa “gobba, chinata, piegata” e la regista ne sentì la valenza simbolica a significare le sue donne piegate dall’immenso dolore.
In questa sua opera prima, con grande umiltà, ha raccontato sentimenti, emozioni, fremiti interiori che, pur vissuti in un determinato luogo, lo trascendono appartenendo al mondo . La violenza sulle donne e la capacità di esse di superare la ferita profonda subita sono ben note a moltissime donne di ogni parte della terra.
Esma, la protagonista, lo dice chiaramente: “(uomini) siete bestie!”.
Le ferite segnate sulla sua schiena le ricordano sempre l’oltraggio subito e solo l’amore per sua figlia (nata da tale orrore), le impone di continuare a vivere. Il ricordo lacerante della gravidanza rifiutata e combattuta, nonché l’esplosione dell’amore al sentire “quell’unico vagito” udito da quel piccolo essere mutò l’orrore in amore, segno che l’istinto materno alle volte può superare e innalzare la forza distruttrice della violenza.
In un altro film, “La vita segreta delle parole” di Isabel Coixet, la giovane protagonista, anche lei con il corpo segnato dalle violenze subite, fugge in luoghi diversi e lontani per sopravvivere e si inabissa in un silenzio soprattutto interiore. Solo quando riuscirà a raccontare ad un’altra persona il suo dramma, uno stupro subito da soldati della sua stessa patria, potrà tentare una vita “normale”.
I due film, e non è un caso, sono realizzati da due registe, giovani e attive nella realizzazione di film. Entrambe riescono a mostrare realtà che vanno ben oltre le frontiere territoriali o ideologiche. Pongono la questione della “violenza” che da sempre tinge di buio le vite femminili, anche in tempi di pace. C’è una sola differenza: nei periodi di guerra chi combatte viene “autorizzato” (da una legge non scritta ovviamente) a compiere infamie senza pari.
Che Amnesty International abbia preso questo film sotto il suo patrocinio non può che rallegrarci: bisogna tener sempre presente che il problema non è solo “combattere dalla parte giusta” ma soprattutto contenere lo strapotere del patriarcato.

 

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