Lucrezia Marinelli

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Poesia che mi guardi

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Regia Marina Spada

Recensione di Graziella Bernabò

Il film di Marina Spada, dedicato ad Antonia Pozzi – poeta, fotografa e intellettuale milanese degli anni Trenta morta suicida a soli ventisei anni – è nato nel contesto della Libreria delle Donne di Milano, grazie al fatto che Nilde Vinci, al corrente del forte desiderio sia mio che di Marina di un film su questo argomento, ha consentito un incontro tra di noi, e l’avvio di una collaborazione in vista del progetto milanese e lombardo di anno pozziano del 2008: una serie di iniziative portate avanti da me, da Onorina Dino (custode dell’Archivio Pozzi di Pasturo e curatrice di tutte le opere pozziane) e da Cristina Cristina Galante (organizzatrice culturale). Con Onorina Dino ho condiviso la consulenza storico-filogica del film, che, date le iniziali difficoltà di contributi pubblici (peraltro rivelatisi in seguito molto scarsi), è stato realizzato grazie al coraggio e alla scommessa della produttrice, Renata Tardani.
La progettazione di questo documentario, molto originale nella sua impostazione, è iniziata già nel 2006; nel 2008 una sua anteprima è stata presentata al convegno su Antonia Pozzi, svoltosi presso l’Università degli Studi di Milano; il film, concluso nel 2009, è approdato in quello stesso anno con successo alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Un lavoro di ben tre anni, dunque, durante i quali ho visto Marina immergersi con uno scrupolo veramente fuori del comune nel mondo di Antonia, che è diventata ben presto per lei – come lo è per me – una presenza interiore importante: una sorta di interlocutrice, una sorella d’elezione a cui rendere giustizia rispetto al mancato riconoscimento del suo ambiente culturale di riferimento: il gruppo che all’Università Statale (allora Regia Università) faceva riferimento al filosofo Antonio Banfi. Questo contesto culturale portava avanti la più moderna cultura europea filosofica, letteraria e artistica, e teoricamente era aperto anche alle donne, purché omologate al maschile; ma restava sostanzialmente chiuso all’“alterità” femminile, e in particolare alla personalità libera e passionale e all’ardente poesia di Antonia. Una poesia, la sua, tutt’altro che puramente istintiva ed effusiva; tuttavia ben diversa – nella sua metonimica fisicità e affettività, nel lasciar trasparire il vibrare della vita da cui derivava – da quella rarefatta degli altri poeti italiani del suo tempo, ermetici e non.
Ne è derivato un film che, senza nulla concedere al romanzesco, si basa su una seria ricostruzione della biografia umana e intellettuale di Antonia Pozzi e su una considerazione attenta della sua opera poetica e fotografica (circa tremila i suoi scatti, anch’essi molto interessanti), rappresentandone però l’arte con un commento volutamente scarno e, quindi, soprattutto con le immagini, come è proprio del miglior cinema.
La vita di Antonia non è restituita da Marina Spada con ricostruzioni artificiose di ambienti e di singoli episodi. Maria – una cineasta interpretata con voluta sobrietà da Elena Ghiaurov –, che ne ama la poesia e ne ricerca le tracce, ripercorre nella Milano di oggi i luoghi che le furono più familiari: la strada e il palazzo in cui abitava, il Liceo Manzoni, la Biblioteca Braidense, la Scala, la vecchia sede dell’Università Statale e, soprattutto, le periferie di piazzale Corvetto, Porto di mare e Chiaravalle. Antonia le amava particolarmente perché le sentiva autentiche, nella loro malinconica ma schietta umiltà, che si contrapponeva nettamente ai fasti esteriori del mondo altolocato in cui si trovava a vivere con un senso di grande estraneità. Nel film, in mezzo al movimento affannoso e al traffico dei nostri giorni, apposite inquadrature, spesso indirizzate verso l’alto, ci mostrano le parti tuttora intatte dei vecchi edifici su cui si posa lo sguardo di Maria, come a ricercare quello di Antonia, all’insegna di un forte legame tra passato e presente che nasce nel cuore vivo e pulsante della città. E non è un caso che Maria riesca a coinvolgere progressivamente nel suo amore per Antonia Pozzi anche i tre giovani del gruppo H5N1, che scrivono versi da affiggere sui muri per suscitare un “contagio” poetico tra i passanti frettolosi. Nel film si crea così un intreccio molto attuale tra la poesia di Antonia, quella dei ragazzi e il contesto urbano e suburbano.
In linea con i due precedenti lungometraggi di Marina Spada, Forza cani (2002) e Come l’ombra (2006), anche questo documentario creativo si inquadra nella sua poetica, basata sulla città (Milano), e soprattutto sulle periferie, sui giovani, sulla donna e sul senso della poesia oggi. Questo è un dato di partenza importante per intendere il film nella sua complessità.
Resta comunque centrale in quest’opera il discorso su una figura di poeta che, in seguito alla progressiva pubblicazione degli inediti, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha conosciuto una crescente e ormai straordinaria riscoperta da parte del pubblico e delle critica, sia in Italia che all’estero. E che, soprattutto, anziché essere semplicemente inclusa come un tempo, con evidenti forzature, all’interno di una generica, neutra, poesia novecentesca italiana, viene considerata sempre di più nella sua autonoma e originale voce di donna. Come ha fatto, appunto, Marina Spada nel suo film.

 

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