Lucrezia Marinelli

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Washington Square

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Regia Agnieszka Holland

Recensione di Zina Borgini

Anche se perfetto nelle ricosruzioni dell'epoca, siamo nella prima metà dell'ottocento,
“Washington Square” il film di Agnieszka Holland, tratto dall'omonimo romanzo di Henry James ,  e messo già in scena nel 1949 da William Wyler (L'ereditiera), sembra più  ansioso di raccontare la storia di Catherine Sloper come una parabola femminista piuttosto che sottolineare  le intricate tragedie psicologiche e sentimentali che hanno animato lo scrittore.
Il romanzo di James è uno sguardo sulla società vittoriana borghese e la disperazione di una giovane donna, Catherine Sloper, imprigionata nelle convenzioni  familiari stabilite da un padre intransigente  che rigorosamente esegue il ruolo che gli è stato assegnato dalla vita.
Certo la povera Catherine non nasce fortunata. La madre muore nel darla alla luce, viene
quindi allevata dal padre, uomo molto pretenzioso che non le perdonerà mai di non essere bella come la moglie, e da una vecchia zia un po' complice ma impicciona; non brilla per bellezza o doti particolari e, per finire, si innamora di un uomo che mira al suo patrimonio proponendole uno scambio, a suo parere,  molto vantaggioso: il suo corpo giovane e bello  a
compenso dei suoi soldi.
La regista  non si è spostata di molto nel mettere in scena il contesto.  Ci mostra una Catherine che  giorno per giorno si adegua agli eventi, la mostra adolescente premurosa e amorevole nonostante le angherie paterne, poi giovane donna  ligia ai doveri della buona società, rassegnata a perdere l'unico uomo che ha amato perchè non ricambiata,  infine una donna matura che è stata diseredata dal padre. Ma lo scacco che fa grande differenza tra il racconto di James e la Holland, sta in piccoli particolari che non sfuggono a occhi allenati a guardare, poiché è proprio dalla banalità  che la regista attinge per dar forza alla  sua protagonista e la fa grande,  poderosa, proprio  attraverso la sofferenza e la sopportazione.
E' molto bella la scena in cui Catherine imbocca il vecchio padre morente, lo imbocca con poca devozione ma con un senso del dovere, il suo sguardo compiaciuto lascia intendere: ora non mi fai più paura, potrei rifiutare di imboccarti, invece lo faccio  e mi sento più forte perchè abbandono la vendetta.
Un'altra differenza che mi fa pensare al tocco femminista che ha voluto dare la Holland  al suo film sta nel finale: invece di mostrare, come ha fatto Wyler nell'Ereditiera, una Catherine che  non apre neppure la porta al suo pretendete pentito e rancorosa lo guarda allontanarsi dalla  finestra che dà su Washigton Square, lei ce la propone  intenta a leggere  una favola ad alcune bambine, e, quando lui si ripropone,  molto pacatamente e sicura di sé gli risponde che non c’è più posto nella sua vita per lui e lo saluta tornando felicemente dalle sue ospiti.

 

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