Lucrezia Marinelli

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Waitress

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Regia Adrienne Shelly

Recensione di Laura Modini

 

Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il prestigioso festival indipendente fondato da Robert Redford, questo piccolo grande film probabilmente non avrebbe fatto tanto parlare di sé se non fosse capitato alla regista di venire uccisa nel suo appartamento nel Greenwich Village di Manhattan il 6 novembre del 2006. Infatti, alla proiezione del film c’è stata grande emozione e sconcerto per una fine così brutale e inaspettata che ha impedito ad Adrianne Levine, la regista, di potervi presenziare.
In Europa è stato presentato al Festival di Locarno del 2007 con un buon successo di pubblico e anche in Italia ha avuto critiche favorevoli.
In effetti “Waitress” (Cameriere), nonostante il titolo così anonimo carico di fantasie più o meno lecite sull’immaginario della cameriera, è proprio un bel film, girato con sapiente leggerezza e supportato da una sceneggiatura asciutta, semplice e mai banale.
La regista lo ha pensato e scritto in un momento di profonda crisi nella sua vita: all’ottavo mese di gravidanza, spaventata all’idea di essere madre, ne sentì forte il rifiuto, convinta di non essere all’altezza del nuovo compito che l’attendeva. Questa sofferenza, incertezza, rifiuto della maternità sono emozioni che tante donne provano e di cui si vergognano. E’ quindi liberatorio che un film lo porti alla luce e ne parli con grande libertà.
Ma il film è interessante anche per un altro motivo: è forse una delle poche volte che al cinema l’adulterio viene presentato positivamente, come momento di crescita e di entusiasmante libertà.
Ambientato nella provincia del sud degli Stati Uniti, in un tempo non ben definito (chissà potrebbero essere gli anni ’50 come gli anni ’70) e la storia di tre cameriere, figure femminili con storie diverse. Jenna, la protagonista, ne è il filo conduttore.
La regista, attrice da venti anni per film e numerose serie televisive americane, si è ritagliata la parte di una delle tre cameriere, Dawn, donna vulnerabile e sognatrice.
L’idea vincente del film, già ricco di idee, è di inondare letteralmente la pellicola di meravigliose torte che la protagonista ama pensare, cucinare, in particolare nei suoi momenti di crisi. “Odio mio marito”, la meravigliosa torta di cioccolato amaro affogato nel caramello mi ha letteralmente fatto venire l’acquolina. Per le sue ricette il film è presente nella “rete” in numerosi blog dove vengono esaltate tutte le torte di Jenna.
Un’ultima nota: la sequenza finale vede la bellissima Lulu insieme alla sua mamma, Jenna. E’ la piccola bimba della regista.

 

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