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L'azienda
in cui lavora Anna, , segretaria di terzo livello, è stata comprata
da una multinazionale. Il giorno della festa aziendale per festeggiare
la fusione, Anna è l'unica fra tutti gli impiegati a non essere
spontaneamente salutata dal nuovo direttore del personale. Un incidente
banale, o forse solo una dimenticanza.
Questo
piccolo avvenimento è il primo segno di un processo che diventerà
per lei un vero calvario. Lentamente, ma inesorabilmente, il "gruppo"
si scatena contro di lei. Le vessazioni iniziano, piccole, invisibili,
ma ripetute. Anna viene lasciata sola al tavolo della mensa aziendale,
nessuno la invita più a prendere il caffè la mattina, il
suo posto di lavoro viene "inavvertitamente" occupato. Anna
è una donna sola, divorziata, con una figlia, Morgana (Camille
Dugay Comencini). Sono molto unite e solidali, hanno imparato a cavarsela
da sole, a sorreggersi. Un senso diffuso di precarietà pervade
la loro vita. Intanto l'azienda le cambia continuamente mansioni, obbligandola
a percorrere a ritroso tutte le tappe sulle quali lei aveva fondato la
sua autostima, e gliele smonta. Anna rimane ore e ore accanto ad una fotocopiatrice,
senza far niente.
I suoi
tentativi di recuperare un ruolo utile vengono umiliati e viene mandata
a sorvegliare il lavoro degli operai nei magazzini, secondo una logica
aziendale di mettere gli uni contro gli altri. Anna non regge più,
e infine scoppia: esaurimentonervoso, malattia. Non si occupa quasi più
di Morgana, ma sarà proprio sua figlia a starle accanto e salvarla.
Anna ritrova coraggio e decide di raccontare a qualcuno la sua storia
e non rimanere più sola...
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LETTERA
APERTA A FRANCESCA COMENCINI
SUL SUO FILM "MI PIACE LAVORARE"
di Nilde Vinci e Oriella Savoldi
Cara
Francesca,
ti scriviamo dopo aver visto il tuo ultimo film Mi piace lavorare.
Cominciamo dicendoti tutto quello che abbiamo apprezzato:
molto bella la parte che riguarda la relazione fra madre e figlia. Il
nostro apprezzamento è cresciuto ascoltando la tua dichiarazione
che
questo film ti ha permesso di passare più tempo con la tua bambina;
intensa la tenerezza espressa nel rapporto della protagonista con il
padre;
l'attrice protagonista è ben aderente al personaggio;
puntuale è la scelta degli ambienti, ed indovinata quella degli
attori non protagonisti di contorno;
convince la descrizione della disgregazione del luogo di lavoro, inoltre
lo sguardo sul lavoro è ben calibrato soprattutto in questo momento
storico.
Alcune cose del tuo film ci hanno invece lasciato un po' perplesse.
Nel film non viene mai messa in luce l'importanza di creare relazioni
con le persone con cui si lavora e nemmeno con quelle esterne al lavoro.
Dalle esperienze ascoltate in un incontro al Circolo della Rosa di Milano,
abbiamo capito che ci vuole molto più tempo, più denaro
e più energia per uscirne. Chi ha vissuto queste esperienze ci
ha indicato la necessità di relazioni politiche significative,
gruppi di auto aiuto e anche psicoterapie. La via legale è forse
quella che chiede più energia in momenti di grande debolezza.
L'affermazione che da sole non è possibile cavarsela, uscire
da situazioni così pesanti come quella descritta, resta in ombra.
Il film, in un certo senso, conferma nel dolore, fa dire che sì,
è proprio così, ma non fa intravedere una possibile via
d'uscita.
E quella pensata, la via legale, rende il finale non convincente, troppo
facile.
Il film secondo noi risente molto dello sguardo sindacale che vede il
mobbing come un fenomeno nuovo. Nuovo è certo il nome, ma le
persecuzioni nei luoghi di lavoro sono antiche. Forse resta da chiedersi
come mai oggi riescano a colpire così a fondo ed in modo così
diffuso. Il tuo film ha il merito di aprire la discussione. Grazie anche
per il bellissimo Carlo Giuliani, ragazzo.
con simpatia
Nilde Vinci e Oriella Savoldi
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