Non è facile parlare di questo
nuovo film (tratto dall'omonimo romanzo di Anita Shreve) della regista
americana Kathryn Bigelow, forse perché alla fine della visione
oltre alla sopresa, allo sconcerto, si percepisce chiaramente che il
film ti ha preso anche se non sai ancora razionalizzare e ragionarci
su.
L'inizio parte con sequenze di normalissima vita di coppia, che non
lasciano assolutamente presagire tutto quello che andrà poi a
succedere.
Un lampo e si entra in un passato di tragedia. Poi eccoti di nuovo all'oggi,
su una barca, quattro persone
Flesh di luce e nuova inquadratura
su un volto complesso, dolce, di altri tempi.
E così via in un continuo spostamento spazio temporale che permette
di costruire la storia presente e ricostruire quella passata. Non è
semplice mantenere l'attenzione spostando continuamente l'obbiettivo
non solo filmico ma concettuale. Il rischio di lasciarsi prendere la
mano è reale perdendo in incisività e tensione. Ma il
film riesce a conservare una tensione molto forte fino alla doppia conclusione
senza eccedere e diventare così di genere.
Che la Bigelow sia stata ed è una pittrice lo si vede in tutte
le immagini del film, dalle più ovvie e quotidiane a quelle d'epoca
ricche di una miriade di cose non dette, ma che emergono dallo sguardo
della protagonista del passato. Un volto che viene ripreso in ogni angolatura
da permettere lo svelamento di sentimenti repressi e impronunciabili
facendoci immergere in una realtà di repressione che sola può
giustificare l'esplodere violento dei propri sentimenti.
Il desiderio, soprattutto dell'eros, attraversa presente e passato,
insinuandosi prima come curiosità poi come una malattia, rende
corpi e sguardi immagini inquietanti. Fino a giungere al punto di non
ritorno.
Questo film, non facile, non certo commerciale, esce dopo cinque anni
di silenzio della regista. In questo lungo periodo la Bigelow tra le
altre cose ha lottato disperatamente e a lungo per ottenere la regia
di "Giovanna d'Arco" scippatagli letteralmente poi da Besson.
Una sconfitta non lieve data l'intensità con la quale la regista
prepara ed aggredisce le realizzazioni che sente particolarmente.
E con questo film ad alto effetto ce ne da ampia prova: in esso tutte
le sue qualità sono messe in opera.
La pittrice, l'intellettuale ricercata, la raffinata professionista
della macchina da presa, la fotografa che seleziona il lavoro di un
fotografo di grande esperienza in un montaggio senza sbavature, e ancor
più la cinefila che vuole gettare con noncuranza come un petalo
caduto da un fiore, una citazione cinematografica classica, il Vigo
dell'Atalante.
Un bel film questo, non ovvio, non semplice, che si può ricordare.
Non solo per la storia del passato che ancora è vivissima nelle
zone dove accadde realmente, ma anche per la sensazione di forza che
le donne, pur diverse e distanti tra loro, rivelano, rilanciandoci drammaticamente
l'esistenza femminile di un passato appena consumato.
(Recensione di Laura
Modini)