Piccole
donne girato nel 94 dallaustraliana Gilliam Armstrong è
il terzo film sonoro tratto dal libro di Louise May Alcott, il primo
a regia femminile; due versioni mute sono andate perdute.
Sono state la determinazione di Winona Ryder a voler interpretare il
ruolo di Jo e le pressioni della produttrice e della sceneggiatrice
a convincere la Armstrong a realizzare un altro film su una scrittrice,
come già aveva fatto con La mia brillante carriera nel 1978.
Il libro è troppo noto per richiamare la trama ed il film vi
è molto aderente, pur con un maggior approfondimento del contenuto
storico, culturale e sociale degli Alcott, consentendoci di capire meglio
la diversità della famiglia March.
Il film alluscita in America aveva ricevuto forti consensi anche
dalla critica, invece in Italia è stato apprezzato solo dalle
donne, i critici maschi si sono profusi in stroncature: zuccheroso,
noioso, fuori moda, spreco di talenti, non adatto ai maschi (loro da
piccoli leggevano Salgari, Verne, noi anche quelli).
Il tentativo di inficiare lopera arriva a decontestualizzare laffermazione
della Alcott non mi piacciono le ragazze, quando evidentemente ciò
che non le piaceva era lo stereotipo che le ragazze del suo ambiente
sociale erano costrette ad incarnare.
Anche la scelta dellinterprete di Jo è stata disapprovata
perché Winona Ryder è troppo bella e la regista stessa
ha risposto che è proprio lo stereotipo della percezione maschile
a volere che una tomboy (una monellaccia) non possa essere bella.
Io ho letto in questo accanimento lincapacità dei critici
di entrare in questo mondo tutto di relazioni femminili: il padre è
una figura inesistente, consapevole scelta della Alcott di cancellare
il proprio padre, rigoroso fino al fanatismo e allirresponsabilità
verso la famiglia.
Ma ritengo anche che questo accanimento disveli la rabbia per questa
incapacità: Alessandra Bocchetti parla di uno stile di vita che
attrae anche gli uomini nella sua orbita. E Laurie che osserva
a lungo dietro i vetri (cè lui nellacquario) e desidera
entrare a far parte di questa comunità; ci riesce, ma solo accettandone
le regole, riconoscendo lautorità femminile. Ogni volta
che trasgredisce la trasgressione delle March, quando cioè cerca
di reintrodurre le regole convenzionali, ridiventa un corpo estraneo
e viene espulso; i due episodi delle proposte di matrimonio sono paradigmatici:
non solo la fiera e ribelle Jo, ma persino la più convenzionale
Ami, sostenuta dagli insegnamenti materni, rifiutano il matrimonio finalizzato
a qualcosaltro che non sia il reciproco desiderio.
Io ho molto amato il libro della Alcott, ho riletto più volte
anche i seguiti poco conosciuti (Piccoli Uomini e I ragazzi di Jo),
ho visto le precedenti versioni cinematografiche e sento la Jo-Winona
Ryder diretta dalla Armstrong più vicina al mio immaginario di
quanto lo sia la Catherine Hepburn diretta da Cuckor, un po troppo
sopra le righe.
Da bambina con le mie tre cugine giocavo spesso alle Piccole Donne:
nessuna voleva fare Beth, prima di tutto perché moriva, ma anche
per la sua ritrosia verso il mondo. Forte era invece lindentificazione
con Jo: inconsapevolmente sognavamo di essere trasgressive senza perdere
il diritto alla felicità, di ricevere anche noi lincoraggiamento
di mamma March: corri incontro alla libertà.
Adesso vedo le compagne di mia figlia che nei giochi di ruolo prendono
a modello Sailor Moon; certo anche qui cè il segno del
desiderio di protagonismo femminile, ma sul modello emancipatorio e
bellicoso di distruggere il male.
Letica della capacità delle donne di costruire il bene
attraverso la responsabilità, il dovere (primo fra tutti quello
di individuare e realizzare il proprio desiderio e la propria libertà),
la cooperazione, il fare tessuto sociale è linsegnamento
veramente attuale che la madre trasmette alle quattro figlie.
Susan Sarandon è la madre (naturalmente adeguandone il rigore
ai nostri tempi) che avremmo voluto avere o che vorremmo essere: capace
di fungere da riferimento, di dare sostegno affettivo, di autorizzare
a inventarsi la propria vita.
(recensione di Chiara Visentini)