Chi di noi non ha un ricordo,
anche piccolo, fugace, ormai riposto in un angolo sperduto della memoria,
rimosso, cristallizzato di questo frutto, semplice, senza pretese, quotidiano:
la mela?
Io ce lho e proprio questo film ne ha fatto riemergere il ricordo,
facendomi risentire profumo e sapore e scoprendo una struggente nostalgia
del passato, bello, brutto poco importa, ormai è passato.
E proprio con questo frutto che il film, La mela appunto,
viene passato trasversalmente, dallinizio alla fine, con unoperazione
di consumata regia e furbizia scenica. Ma chi ha diretto questo film
è una giovanissima donna iraniana, che al momento del primo ciak,
non aveva ancora diciotto anni.
Samira Makhmalbaf, figlia darte (madre attrice, padre un regista
ormai culto della nuova cinematografia dellIran) lei stessa attrice
fin dalletà di otto anni e successivamente aiuto per tutti
i mestieri che girano attorno alla realizzazione di un film. Con un
padre così ingombrante, questa regista al suo primo lungometraggio
ha osato, incredibilmente. Non una fiction ovvia, non un documentario
ormai sperimentato abbondantemente dal nuovo realismo cinematografico
del suo paese, neanche un docu-drama tanto di moda, niente di tutto
questo. Ha osato mettere in scena le persone stesse protagoniste della
situazione reale accaduta alla periferia di Teheran.
Due ragazzine gemelle sono tenute segregate dal padre, che solo per
amore le difende dalle iniquità del mondo. La madre, cieca, reclusa
anchessa non ha voce, muta per cultura, religione, menomazione.
Siamo nel paese del velo sui capelli, un paese visto spesso come ununica
immensa realtà, senza differenze, senza particolarità,
cambiamenti, progresso. Ma quale meraviglia vedere lassistente
sociale che deve tentare di liberare queste due bambine muoversi, certamente
con il velo, ma con estrema autonomia, competenza, e anche tatto. Le
due ragazzine, recitano se stesse, come un gioco, estraniandosi da quella
realtà che era stata la propria, giocando alla scoperta del mondo
che passa dallassaggio di un gelato a quello di una mela, al chiacchiericcio
con delle bimbe incontrate lungo la strada. Loro avevano giocato fino
a pochissimo tempo prima, dietro a unorribile inferriata, con
il lucido da scarpe (per disegnare sui muri fiori con le impronte delle
mani, come al tempo delle caverne) o innaffiando una piantina allesterno
della loro prigione.
Artefici della loro liberazione alcune vicine, che con una petizione
rendono partecipi il quartiere dellingiustizia perpetrata sulle
due bambine. E il padre, ironia della sorte, verrà liberato proprio
dalle sue figliole, che con un atto inconscio attuano quel gesto di
libertà che ancora non conoscono.
E alla fine, ancora una mela suggellerà una nuova liberazione,
quella della madre, che liberata anchessa si ritrova per la strada
e passo dopo passo, incespicando, arrancando sulle gambe malferme, prosegue
il cammino nonostante tutto. Anche lei riuscirà ad afferrarla,
la libertà, come riesce ad addentare il frutto rosso, lucido
e splendente, cinicamente esposto davanti ai suoi occhi spenti per gioco.
Io rimango esterrefatta dalla capacità mostrata dalla giovanissima
Samira, tradurre con un linguaggio scarno al primo impatto un fatto
di cronaca, e rimodellarlo con tale sapienza simbolica da rendere questo
film una dei più belli visti in questi ultimi anni. La capacità
avuta nel determinare e realizzare la sua concezione di film, di inquadratura,
di ripresa, usando, intelligentemente la sceneggiatura e il montaggio
offerto dal padre la rende ai miei occhi grande.
E lei, che in Europa al Festival di Cannes 1998 e a Locarno si è
presentata con il velo e con un abito tradizionale nero, lungo fino
ai piedi ha portato la sua diversità, gioiosamente, non come
un trofeo ma come un dato di fatto, che non le vieta di essere una diciottenne
piena di risorse e di idee. La sua giovinezza le ha dato il coraggio
di osare, la sua intelligenza di ideare e la sua anima di poetare: mezzo
il cinema.
(recensione di Laura Modini)