Associazione Lucrezia Marinelli
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Strange days

Regia di Kathryn Bigelow

 

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E’ la vigilia del Capodanno 1999.
A Los Angeles si prepara la grande festa di fine millennio tra attesa e disillusione perché, come dice un protagonista, "nel 2000 forse ci sarà la fine del mondo in quanto tutto è già stato visto e tutto è già stato fatto".
Mentre la TV diffonde le notizie del Nobel per la pace conferito a Gheddafi, nella metropoli, presentata con una sovrapposizione di immagini che si susseguono le une alle altre, si perpetuano violenze, stupri, rapine e si alzano i roghi della rivolta: si vivono giorni strani. Ma sono poi tanto strani?
C’è Lenni, un ex poliziotto, che si guadagna da vivere spacciando la Squid, un’apparecchiatura che applicata alla testa registra direttamente dal cervello ciò che una persona vede, pensa, prova.
I clip così ottenuti vengono smerciati e rivisti da altre persone, che hanno la possibilità di vivere le esperienze altrui come proprie senza però i rischi della realtà.
Lui traffica in emozioni - e vive di emozioni passate attraverso la visione d’immagini registrate della sua storia d’amore finita con Faith - si considera il Babbo Natale del subconscio. Ha però un codice d’onore: non tratta blackjack, i clip di morte.
Ed è con uno di questi che il film inizia mostrando, in un piano-sequenza, ripreso in soggettiva, un inseguirsi d’immagini mozzafiato, forze tra le più belle del cinema.
E’ la morte in diretta vista da Lenni, una sequenza di puro orrore, senza un fermo immagine per parecchi minuti.
C’è Faith, cantante, ex drogata, salvata e amata da Lenni, un’anima persa senza futuro perché affida il proprio nelle mani di uomini sbagliati, incapace di riconoscere il proprio valore.
C’è Philo, un boss dello spettacolo, paranoico, che vuole tenere tutto sotto controllo e con lo squid sorveglia mezza città.
C’è Mace, di professione guardia del corpo, che ha un figlio da mantenere e l’affitto da pagare; è una "tosta" con i piedi per terra che sa quello che vuole e ama Lenni perché quando ancora era poliziotto aveva saputo parlare con tenerezza a suo figlio nel momento in cui arrestavano il padre.
Mace vive nella realtà, ha chiaro il confine fra il bene e il male, sa cos’è l’amicizia e l’amore.
Senza di lei Lenni, che vive nel mondo come un cieco, sarebbe perduto nelle infinite trappole in cui la storia lo trascinerà.
E’ a lei che Lenni nella scena finale, finalmente con la riacquistata coscienza di sé, dimostrerà la propria riconoscenza con il bacio a tutto schermo che ben augurante aprirà il 2000.
La trama che si snoda sul filone del thriller classico è molto semplice: la ricerca degli assassini di un leader nero e di una prostituta sulla base delle prove fornite da due clip di morte.
Quello che continuamente sbalestra, depista, fuorvia, è lo spostamento tra chi vede e chi agisce e vive le emozioni, tra chi vede e chi prova l’esperienza: un inganno che tutti i protagonisti vivono - tranne Mace - e che coinvolge chi guarda.
Il ritmo è incalzante e sostenuto da una colonna sonora rock, rap, tekno, metal; la messa in scena babelica e apocalittica; abile l’uso del mezzo che mette alla prova tutta l’esperienza della regista, dove il punto di vista dello spettatore/trice coincide con la percezione dell’occhio dell’attore o della Bigelow ma dove anche si separa attraverso il personaggio di Mace che guarda disincantata e diffidente questo delirante universo visivo maschile precisando la sua lontananza ed estraneità.
Il film mi è piaciuto molto e sono in totale disaccordo con quella parte di critica, anche femminista, che ritiene K.B. la "più maschile" fra le registe, provando nel contempo insofferenza per questo genere di definizioni, che tendono ad ingabbiare il pensiero e l’attività creativa di una donna, in un codice di regole che stabiliscono quello che è "politically correct".
La Bigelow è "maschile" per il tipo di trame e soggetti scelti, per il ritmo incalzante delle scene, per la loro crudezza, per il disinvolto e abile uso della macchina da presa, per la grandiosità degli effetti speciali, perché le sue donne sanno difendersi e sono ben determinate a farlo.
Questo incasellamento conduce ad una imbarazzante conseguenza: i soggetti cinematografici dovranno essere allora suddivisi fra quelli più adatti alle registe e quelli verso cui i registi manifestano maggiore propensione?
Che farne allora della letteratura gialla, horror, fantasy scritta dalle donne in modo così avvincente?
(recensione di Silvana Ferrari)