Associazione Lucrezia Marinelli
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GUSTO DEGLI ALTRI

di Agnes Jaoui

 

 


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Gusto: uno dei cinque sensi: Il sapore delle sostanze introdotte nel cavo orale che soddisfatto o deluso, fra abitudini ed eccezioni, ingoia e rigetta il buono e il cattivo, l’amaro e il dolce. Piacere e dispiacere.
Gusto anche come forma, stile, genio, carattere. Quell’assecondare evidente o nascosto delle nostre inclinazioni, dei nostri comportamenti: quell’intima sensazione che giudica, apprezza, smuove, trascende…
I gusti sono gusti, non si discutono. E sono infiniti. Rispettano o offendono le convenienze, il senso estetico, in un intreccio di radici, mito, fato. Sentimento.
“Il gusto degli altri” è tutto questo.
E’ il debuto di Agnés Jaoui – autrice di teatro e sceneggiatrice, pure del canterino “Parole Parole” di Resnais. Il primo film che ha scritto, diretto e interpretato, insieme al marito Jean-Pierre Bacri, privo di volgarità, di luoghi comuni, pur trattando persone (maschere) ordinarie, addirittura patetiche nella loro triviale quotidianità.
Nomination all’Oscar come migliore pellicola straniera che, a basso costo, con la semplicità del rigore, lusinga l’intelligenza di chi la guarda; già dalla locandina d’antan, teatrale, con i volti dei cinque attori principali affiancati ai ruoli a loro assegnati.
Una storia da niente: l’uomo d’affari (nouveau-riche), l’attrice (dà lezioni private per arrotondare), l’autista (dilettante di flauto traverso), la cameriera (spacciatrice a domicilio postsessantottina), la guardia del corpo (ex poliziotto fallito) s’incrociano nella ronda della vita…
Lei – personalità nubile inappariscente – si presenta da un imprenditore per insegnargli l’inglese. Lui – privo solo di stuzzicadenti, tediato da telenovelas, da un pedissequo corteo di cane nanerottolo e aggressivo, di moglie sedicente arredatrice (divani pouf letto tappezzeria satin rosa confetto), di consulente a modino, di comprensivo autista, di tenebroso guardaspalle – la congeda impermalosito. Una sera, per caso, lui vede lei che recita truccata e appassionata. S’incanta. Se ne innamora. Vola. Taglia i baffi. “Angelo azzurro” senza chicchirichi, la segue e insegue, deriso. Anche nel bistro dove l’attrice coi colleghi amici, dopo il palcoscenico, va a cena servita dalla sisinvolta cameriera (ch’ebbe un flirt nebuloso con l’autista e ora con la guardia del corpo).
E’ la confusione. Il disorientamento. Mondi imprevedibili, strappi, sussulti, contrapposizioni, precipitano su conversazioni, arte, drammi di Ibsen, musica (la raffinata colonna sonora comprende persino brani del “Rigoletto”). Quindi mortificazioni, opportunismi, moralismi, consuete gaffe sui froci, ulteriori desideri di normalità, di maternità, di rapporti tradizionali, siano o no al di là dei mari. L’invocazione: “bisogna andare incontro al gusto degli altri”!
Chissà? Di solito si è rivoluzionari solo se si è se stessi.
Allora l’abbandono del passato e l’abbandonarsi all’estremo, durissimo tentativo di rendere reali le spinte, d’accettare il rischio, d’attenersi alla mistica di tornare, scendere in sé, per alcuni realizzeranno la comunione dell’amore. Per altri, invece, l’emergere dell’insoddisfazione, dell’incomprensione, dell’irriducibile incapacità al cambiamento, renderà più tangibile la tacita conclusione della separazione.
Ecco l’eleganza, l’emozione, le sfumature del gusto secondo Agnès Jaoui.
Ecco il senso che fa morire o prosperare il sapore spigliato della felicità che ognuno è in grado di comprendere.
Ecco un film d’applaudire, perché, se non arresta l’ansia esistenziale, la fa almeno correre leggera, svelta, alla francese, nei cieli dell’ironia.

(Recensione di Marc de’ Pasquali)