Associazione Lucrezia Marinelli
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FIRE

Regia di Deepa Mehta

 

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Fire è il fuoco che divampa dal Sahari della dona indiana che il marito ripudia con il semplice gesto di dar fuoco al suo abito e al suo corpo.
Deepa Mehta, la regista, è nata in India e si è laureata in filosofia a Nuova Dheli. Dal 1973 vive in Canada, ma non ha dimenticato le notti estive di Dheli, che il caldo soffocante costringe a trascorrere, sino a tardi, sul terrazzo di casa. Ed é proprio lì, terminato il lavoro nel piccolo ristorante di famiglia, che Radha, la moglie del ‘devoto’ Ashok, e Sita, la giovane data in sposa a Jahin, fratello di Ashok, già avviata, come cognata, ad un destino di solitudine, si incontrano, si parlano e si amano.
Parlare di sé per le due donne è un atto nuovo che avrà conseguenze rivoluzionarie: il rifiuto dei dogmi religiosi che attribuiscono alla donna la responsabilità dell’attaccamento al desiderio, alla materia, alla morte dello spirito; il rifiuto della tradizione.
Deepa Mehta sta dalla parte delle donne. Ne riprende la bellezza dei tratti, la professionalità del lavoro, la dolcezza dell’approccio erotico, l’intelligenza del chiedersi del senso della tradizione e ci offre la possibilità di svelare l’ossessività che impregna le regole della società patriarcale indiana.
Sono quattro i personaggi maschile di questa vicenda.
Le loro personalità, le loro scelte di vita, le loro azioni quotidiane ruotano intorno alla perversione sessuale. Se per il servo, che si masturba guardando films pornografici in presenza dell’anziana padrona che una invalidità rende muta, e per il giovane Jahin, che vende cassette dello stesso contenuto ai bambini, si tratta di una realtà evidente, per gli altri due personaggi, il devoto Ashok e il suo Guru, il gioco è molto più sottile. E qui il fuoco ci viene in aiuto. Brucia al cospetto del maestro spirituale, dall’espressione soddisfatta, la donna nelle rappresentazioni sacre e Ashok fa stendere accanto a sé, nel letto, la moglie Radha per controllare e vincere il proprio desiderio sessuale, entrambi accendono ossessivamente e cercano poi di spegnere, ogni volta, la loro sessualità in un gioco sadico, che ogni volta esige il sacrificio della donna.
‘Cercano’ di spegnere perché il fuoco divampa, loro malgrado, nel corpo del guru che soffre di una dolorosissima infiammazione ai testicoli e in quello di Ashok, che non riuscirà a trattenere l’orgasmo ripensando al corpo nudo della moglie accarezzato da Sita, nonostante anni di esercizi spirituali.
Per le donne indiane, ci dice Deepa Mehta, non c’é altra possibilità che allontanarsi da questo mondo di ossessione, perversione e sadismo.
La pioggia cade, negli ultimi fotogrammi del film, su Sita e Radha, sfuggita al rogo del sahari grazie ad una nuova coscienza e ad una nuova speranza di vita, acqua che viene dal cielo a segnare la fine di Fire.
(Recensione di Gabriella Zevi)