|
|
R
e
c
e
n
s
i
o
n
i |
Primo
lungometraggio di Nina di Majo, ventiquattrenne regista partenopea che
entra nelle stanze auree del cinema dalla porta principale, con un esordio
davvero non comune alla Mostra di Venezia ('99). Un traguardo che, con
soddifazione, Nina di Majo vuole anche sottolineare quale prova del
nuovo orientamento dei selezionatori del Festival di Venezia che nel
1999 hanno dedicato maggiore attenzione ai prodotti indipendenti, fuori
dai grandi circuiti. Ci dice "il mio film è piuttosto difficile
da inquadrare; è stato girato senza soldi, praticamente senza
attori (infatti nel film recitano la regista, la madre, il fratello
e altri familiari aggiunti - nota di LM) in totale autonomia. E' difficile
entrare in certi ambienti per un film così, che non media mai,
che è totalmente sincero." In realtà il curriculum
della regista è ancora breve, ma ricco di tappe importanti. Cresciuta
nella nuvelle vague napoletana, è riuscita a "colpire al
cuore" Moretti. Con il gruppo dei Teatri Uniti inizia "portando
caffè sul set e rubando con gli occhi". Velocemente diventa
assistente di Martone, poi di Incerti nonché di Capuano e della
De Lillo. Nel 1997 presenta il suo primo video8 "Era una notte
buia e tempestosa" alla rassegna Arcipelago e si distingue subito
per la sua matrice d'ispirazione europea che si rifà alla tradizione
francese. Per un cinema introspettivo, ma non intimista, che dà
molto ascolto alla voce. Filo conduttore che ritroviamo anche in "Spalle
al muro" il corto che nel 1998 vince il Sacher d'oro (Festival
di cortometraggi ideato da Nanni Moretti a Roma - nota di LM). Allora
per lei viene coniato l'appellativo di "sismologa della quotidianeità".
Una dimensione che torna anche in "Autunno", con in primo
piano i vincoli familiari. "La famiglia è una sorta di organizzazione
sociale in nuce, i cui rapporti sono talmente profondi ch'è difficile
ricucire una propria identità personale. Credo anzi che non ci
si riesca mai. E' proprio all'interno delle famiglie apparentemente
più normali che si covano autoritarismi e perversioni senza scampo".
Il cinema è quindi un grande rivelatore dell'inconscio? "Quasi
tutte le forme artistiche attraversano i mostri dell'inconscio. Da parte
mia non c'è alcuna presunzione di rappresentazione del reale.
Al contrario invece una particolare attenzione per il paradosso o il
grottesco della vita di tutti i giorni." Il suo è uno sguardo
che va oltre le generazioni, supportato da un background piuttosto anomalo
per la sua giovane età. "Sono cresciuta con i classici del
cinema, da Bergman a Truffaut, e andandomi a ripescare il primo Bellocchio,
quello di "Pugni in tasca"." Niente di strano per una
adolescente degli anni ottanta. E se la struttura portante della sua
produzione filmica è nella sceneggiatura questo ancora si deve
alla sua formazione "senz'altro più letteraria che cinematografica.
Il suo è cinema di fine millennio, post ideologico, molto lucido
e con una certa consapevolezza della chiave claustrofobica che segna
i rapporti interpersonali. "Siamo tutti incartati in una vita piena
di nevrosi. Facciamo i conti con una realtà complicata, che fa
fare corto circuito alle relazioni, familiari e non. I miei film partono
da lì. Per tentare un affresco globale. Per capire perché
non esiste più solidarietà, ma sempre più invidia.
Non amore ma narcisismo. Non amicizia, ma competizione."
(Daniela Cannizzaro in NOIDONNE, 9/99)
|