Associazione Lucrezia Marinelli
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Me and you and everyone you know

Regia di Miranda July

 

 

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Miranda July, che del film è sceneggiatrice e attrice protagonista, è un’artista concettuale e una performer multimediale; è scrittrice e autrice di programmi radiofonici, ha realizzato ’corti’ presentati al Whitney Museum e al Moma, inoltre i suoi lavori – installazioni - sono stati esposti al Guggenheim Museum.
Il film, è il suo primo lungometraggio. Presentato in prima visione al Sundance Festival ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria; a Cannes ha ottenuto quattro premi: la Camera d’or, la Settimana della critica, il Gran premio e il Premio Speciale della Critica; altri riconoscimenti gli sono stati tributati al Los Angeles Film Festival e a Philadelphia.
Per parlare del film, è essenziale cominciare dai protagonisti perché le loro stotie costituiscono la trama del film.
Christine Jesperson, artista nel tempo libero, fa l’autista, trasportando persone anziane; mescola nella sua arte, come nella vita, realtà e fantasia: a partire da foto che parlano del suo passato, realizza video unendo registrazioni di impressioni, frasi, promesse con immagini di paesaggi e di vecchie istantanee.
Richard Swersey è commesso in un negozio di scarpe, padre di due figli, con un matrimonio recentemente fallito e nuove responsabilità da affrontare.
Robby, 7 anni, figlio di Richard, vive un momento non particolarmente felice e per superare la propria solitudine, inizia una ‘storia’ con uno sconosciuto su Internet; Peter, 14 anni, suo fratello, è vittima-cavia di due sue compagne di classe: due adolescenti, prese dalle fantasie e dagli impulsi delle prime avventure sessuali; è anche compagno e complice nel gioco inscenato da una sua giovane vicina –anche lei adolescente - che nella sua cameretta recita la fantasia del bel matrimonio felice, preparandosi di fatto realmente la dote per un futuro, da lei sognato, super organizzato e tecnologico.
E’ l’intreccio di microstorie in cui i personaggi vivono i loro desideri, le loro paure e fantasticano su probabili relazioni, incontri; sognano un futuro diverso, una vita diversa, amori realizzabili e altri improbabili: il tutto per vincere la solitudine e una sorte di ottusa predestinazione delle loro vite, condotte in una opacità quotidiana, fatta di piccole case, minuscole camere, giardinetti spogli, private di qualsiasi tentativo di bellezza e di slancio vitale.
La regista usa una mano gentile e leggera nel tracciare queste esistenze; seguendole con uno sguardo comprensivo e amorevole, ci fa sorridere e rendere partecipi dei tentativi messi in atto dai personaggi per uscire dalle loro solitudini. Alcuni fra loro vivranno, anche inconsapevolmente, vicende al limite del pericoloso, ma le situazioni saranno risolte umoristicamente, con un sorriso. Perché le storie possono essere raccontate in tanti modi: mostrarci l’orrore quotidiano e tutti i pericoli che ci circondano, assillarci con immagini violente e choccanti, impaurendoci e isolandoci dagli altri; oppure, senza negare che il male e le brutture esistono, si può lasciare intravvedere una speranza nelle capacità umane di vivere l’amore e la sessualità, le pulsioni e i desideri in relazione con gli altri senza trasformarli in qualcosa di malvagio e di distruttivo.
La stessa regista dice: ‘Io non ho grandi storie da raccontare, non parlo dei grossi problemi del mondo. La mia intenzione è semplicemente quella di raccontare la mia personale esperienza attraverso una sorta di caleidoscopio. Tristezza, coraggio, solitudine sono momenti comuni a tutti noi.’
E di fatto sono storie minimali, dove tutti si muovono e agiscono spinti dai loro bisogni.
Christine vorrebbe essere presa in considerazione come artista, riuscire ad esporre le proprie opere, coinvolgere Peter in una storia d’amore.
Peter, stralunato più che mai, vorrebbe essere credibile come padre instaurando un dialogo con i figli che sente molto distanti e inavvicinabili, come degli universi totalmente alieni.
L’anziano pensionato, di cui Christine è autista, vorrebbe vivere finalmente una relazione con la donna della sua vita, dopo aver vissuto 70 anni, senza amore, con la moglie.
Le giovani adolescenti, prigioniere in corpi che si stanno trasformando, vorrebbero seguire le loro voglie di trasgressione, ma sono troppo impaurite dalle prospettive ignote che davanti a loro si aprono. E così si potrebbe continuare con gli altri personaggi….
Il tocco minimalista della narrazione e della costruzione delle scene non deve però trarre in inganno: è una semplicità molto studiata tanto da far pensare ad una sorta di connubio, una specie di sperimentazione in campo cinematografico dell’arte visiva, un mettere in scena anche nel film una serie di installazioni trasformandole in immagini in movimento.
Il risultato è molto gradevole e piacevole tanto che molte scene potrebbero essere ammirate
indipendentemente dal contesto in cui sono collocate, come piccoli gioielli di bravura: si sente in tutto il film la mano dell’artista. (Silvana Ferrari)