Nel 1768 Maria Antonietta, figlia dellimperatrice
Maria Teresa dAustria, veniva promessa in sposa al Delfino ed
erede di Francia, Luigi Augusto per suggellare una più stretta
alleanza fra le due grandi dinastie che a quei tempi dominavano lEuropa
e non solo. Aveva tredici anni. Per il futuro ruolo di regina era stata
dalla madre a lungo ed accuratamente educata e consigliata, come lo
erano state tutte le altre figlie e i figli.
Sofia Coppola, al suo terzo lungometraggio, dopo Il giardino delle vergini
suicide e Lost in translation, nel raccontare il personaggio storico
di Maria Antonietta parte da questo momento. La giovane lascia la casa
materna con il suo seguito; al confine, in un simbolico rito di passaggio,
si svestirà, si spoglierà e abbandonerà tutto quello
che fino allora le era appartenuto, - il suo passato, le sue radici,
la sua lingua e gli affetti, - per entrare nei panni e nel ruolo di
futura sposa e regina di Francia.
Sofia Coppola, che per la sceneggiatura si è basato sul libro
della storica inglese Antonia Fraser, The Journey tradotto in
italiano con il titolo Maria Antonietta. La solitudine di una regina,
edito da Mondadori non voleva semplicemente trasporre cinematograficamente
quella biografia, ma puntare lobiettivo e focalizzarsi sulla sua
figura di adolescente.
La giovane Maria Antonietta, pur addestrata a vivere quellesistenza,
si troverà sposata ad un uomo insignificante e insicuro che per
più di sette anni non consumerà il matrimonio, caricando
su di lei la responsabilità della mancata maternità; accetterà,
sottomettendosi, la rigida etichetta di corte, sopporterà lestraneità
e la scarsa benevolenza di quel mondo e nonostante tutti i suoi sforzi,
sarà sempre considerata la straniera, laustriaca.
Per evidenziare, accentuare, e non farci dimenticare che si sta parlando
di una teenager, la regista, con una bellissima colonna sonora di brani
di gruppi rock e punk degli anni ottanta, -Bow wow wow, The Cure, Adam
Ant, New Order, Air, Phoenix - di cui era una fan nel periodo della
sua adolescenza, sottolinea la sua vicinanza, la sua empatia a quellaltra
adolescente di due secoli e mezzo fa. Di fatto non restiamo sorpresi,
quando nelle scene del ballo in maschera vediamo gli invitati danzare
come in discoteca al ritmo della canzone Hong Kong Gardner dei Siouxsie.
Lo stesso sentimento è seguito dalla costumista Milena Canonero,
vincitrice dellOscar, nello scegliere, per gli splendidi vestiti,
stoffe leggere che morbidamente si gonfiano accompagnando il movimento
dei corpi e nellusare tutta la gamma dei colori pastello per sottolineare
la leggerezza, la lievità, la delicatezza di quei giovani corpi.
La rappresentazione di una figura storica secondo i canoni delle biografie
accreditate dagli studiosi, o il cosidetto film storico, non è
nelle intenzioni della regista. Come nei due film precedenti, quello
che più a lei interessa del personaggio e della sua esistenza
è lindividuazione e la descrizione simbolica e reale dei
riti di passaggio, di formazione che portano una persona ai vari stadi
della propria maturazione o a quei particolari momenti che nella vita
accadono e che questa maturazione hanno bloccato. Ciò accadrà
alladolescente Maria Antonietta al suo ingresso a Versailles;
verrà rinserrata, come nei rigidi busti dellepoca, in una
corte sorda, ottusa, chiusa a tutto, intenta solo allautoesaltazione,
alla perpetua rappresentazione di sé, incapace di accorgersi,
di percepire i rumori provenienti da fuori, che nel film sono solo voci,
bisbigli, cauti richiami e avvertimenti dei ministri sul tragico stato
di povertà della popolazione e delle casse del regno.
Nel vertiginoso e ossessivo susseguirsi di feste, di giochi, di partite
di caccia, nello sfavillio turbinante di gioielli e di preziosi vestiti,
e persino nel finto rifugio naturalistico del Trianon vediamo la giovane
perdersi, estraniarsi sempre più dal suo sé.
Lo ritroverà, forse, in una delle ultime scene quando drammaticamente,
in una prefigurazione del proprio destino, sinchina, inconsapevole
regina, di fronte ad una folla affamata e inferocita offrendo la propria
testa in un gesto di presa datto di sé e di chi ha di fronte.
Il viaggio in carrozza che la porta lontano da quel mondo che si sta
sgretolando sotto i suoi occhi è anche il suo ultimo rito di
passaggio. (Silvana Ferrari)