Coline Serreau riprende con questo film del ’92 la sua messa a fuoco della
crisi maschile nella società contemporanea. Come ha dichiarato in un’
intervista: “ le donne hanno saputo adeguarsi meglio degli uomini ai nuovi
modelli sociali “ .
Purtroppo è a questa registrazione della realtà che si ferma il film. Avremmo
preferito una visione più avanzata, focalizzata appunto sulla maggior
adeguatezza delle donne, rappresentataci già magistralmente dalla protagonista
di “Romuald e Juliette”.
Qui invece affiora solo qua e là, anzitutto con la madre del protagonista che
decide di riappropriarsi di una vita spesa per gli altri senza riceverne mai di
ritorno un riconoscimento simbolico. Poi con la suocera che, unica, invece di
rovesciargli addosso a sua volta i propri problemi, cerca di fargli prendere
coscienza delle sue carenze.
La terza è Yamila, prossima alla morte, ma con un fortissimo senso della vita:
riesce a convincerlo che l’unica via di uscita dalla “crisi” è rinunciare al
narcisismo ed incominciare a “vedere” gli altri.
E forse non è un caso che tutte e tre queste donne siano poste al di fuori di
quella frenetica corsa al successo, al benessere, alla felicità vissuti come
diritti
In posizione addirittura antitetica allo yuppismo del protagonista e della sua
cerchia è situato Michou, un drop out che lo mette di fronte alla parzialità
del suo sistema di valori.
Qui la Serreau si serve del personaggio per lanciare il suo proclama contro il
razzismo, che è il non riuscire ad accettare il “diverso” sia per paura, sia
per effettive difficoltà di relazione.
Ma l’attacco è diretto anche contro l’insincero antirazzismo di chi non si
trova mai ad incontrarsi/scontrarsi con gli immigrati. La Serreau, come sempre,
sceglie di fare film commerciali (anche se di ottimo livello) proprio per
esprimere le proprie idee ed opinioni, individuando nella commedia la strada
più accessibile al pubblico.
Recensione di Chiara Visentin