Una corriera si allontana; al suo interno una scolaresca festante in
gita canta a squarciagola Sarajevo amore mio. Nel lunotto
posteriore il volto di una adolescente morbido, pensoso; una fascia
azzurra avvolge la testa dai capelli rasati; una mano lentamente si
alza, gli occhi fissi guardano oltre il vetro, si stringono dando vita
ad un sorriso rivolto ad una donna che con le lacrime agli occhi la
sta salutando. Mentre la corriera scivola via, continua ad agitare la
mano e sorride, finalmente! Una madre e una figlia si sono ritrovate.
Una menzogna a copertura di un terribile segreto le aveva allontanate,
la verità riunite.
Questa lultima scena del film di Jasmila Zbanic Grbavica
- dal nome del quartiere di Sarajevo che nei terribili anni di
guerra (1991-1993) fu teatro di violenze efferate -. E anche il
quartiere in cui la regista ha abitato fino alladolescenza e che
abita oggi, dopo essere stata in America nel 1995 con una compagnia
di marionette per alcuni anni nel tentativo di reinventarsi un nuovo
destino cercando di dimenticare. Ma nel 1997 è ritornata a Sarajevo,
unico luogo in cui avrebbe potuto ricucire lo strappo di una vita interrotta.
Il film in Italia viene distribuito dallIstituto Luce col titolo
Il segreto di Esma dal nome della protagonista, una donna
comune (la regista dice una donna che vive una vita qualsiasi,
di tante) con un passato terribile ma condiviso con migliaia di donne
bosniache e io aggiungerei non solo e non solo in Europa.
Esma è schiacciata dal suo passato e dal suo segreto
del quale non riesce neanche a parlare. Nei momenti di totale silenzio
la colonna sonora del film è di grande aiuto: con le llahija
- canti dedicati a Dio - sottolinea gli stati danimo più
dolorosi e i grandi silenzi che spesso sono più assordanti di
migliaia di grida.
Una sofferenza cupa e schiacciante portata nelle varie piccole azioni
quotidiane: nelle amicizie, nel lavoro, con la figlia, con se stessa.
La regista, nata a Sarajevo nel 1974, chiarisce di non essere mussulmana
e ricorda che i suoi genitori, seguaci di Tito, lavevano educata
al laicismo. Ha studiato arte drammatica, ma anche regia. Ha realizzato
una antologia di racconti brevi della Bosnia Erzegovina e ha pubblicato
un testo teatrale. Ma il cinema è la sua passione. Dal 1997 ha
cominciato a realizzare documentari che girano con successo anche fuori
dallEuropa. Nel 2000, in attesa di una bimba, iniziò a
scrivere la sceneggiatura del suo primo film di fiction. Doveva essere
un documentario sulle donne di Sarajevo e le violenze subite. Ma si
rese conto che intervistare ancora queste donne sarebbe stato una ulteriore
violenza. Decise di trasformare il materiale raccolto in una storia
singola che avrebbe significato tutte le donne ascoltate e le loro sofferenze.
Scelse come luogo il quartiere di Grbavica che negli anni di guerra
era stato il quartier generale delle truppe militari serbe-montenegrine.
Qui avvennero le violenze e gli stupri sulle donne bosniache. Il nome
stesso del quartiere significa gobba, chinata, piegata e
la regista ne sentì la valenza simbolica a significare le sue
donne piegate dallimmenso dolore.
In questa sua opera prima, con grande umiltà, ha raccontato sentimenti,
emozioni, fremiti interiori che, pur vissuti in un determinato luogo,
lo trascendono appartenendo al mondo . La violenza sulle donne e la
capacità di esse di superare la ferita profonda subita sono ben
note a moltissime donne di ogni parte della terra.
Esma, la protagonista, lo dice chiaramente: (uomini) siete bestie!.
Le ferite segnate sulla sua schiena le ricordano sempre loltraggio
subito e solo lamore per sua figlia (nata da tale orrore), le
impone di continuare a vivere. Il ricordo lacerante della gravidanza
rifiutata e combattuta, nonché lesplosione dellamore
al sentire quellunico vagito udito da quel piccolo
essere mutò lorrore in amore, segno che listinto
materno alle volte può superare e innalzare la forza distruttrice
della violenza.
In un altro film, La vita segreta delle parole di Isabel
Coixet, la giovane protagonista, anche lei con il corpo segnato dalle
violenze subite, fugge in luoghi diversi e lontani per sopravvivere
e si inabissa in un silenzio soprattutto interiore. Solo quando riuscirà
a raccontare ad unaltra persona il suo dramma, uno stupro subito
da soldati della sua stessa patria, potrà tentare una vita normale.
I due film, e non è un caso, sono realizzati da due registe,
giovani e attive nella realizzazione di film. Entrambe riescono a mostrare
realtà che vanno ben oltre le frontiere territoriali o ideologiche.
Pongono la questione della violenza che da sempre tinge
di buio le vite femminili, anche in tempi di pace. Cè una
sola differenza: nei periodi di guerra chi combatte viene autorizzato
(da una legge non scritta ovviamente) a compiere infamie senza pari.
Che Amnesty International abbia preso questo film sotto il suo patrocinio
non può che rallegrarci: bisogna tener sempre presente che il
problema non è solo combattere dalla parte giusta
ma soprattutto contenere lo strapotere del patriarcato. (Laura Modini)