Questo
documentario colpisce, sorprende e entusiasma, ed è foriero di
ottime notizie, sulla scuola, sul lavoro delle maestre e dei maestri,
sui bambini e le bambine che popolano le nostre scuole elementari. E
un documentario che con molta naturalezza, direi quasi a passi
di colomba, ci parla di cose immense. Quella che forse mi ha colpito
di più è la sua capacità di mostrare il rapporto
che questi bambini e bambine intrattengono con il linguaggio. Essi sono
letteralmente immersi nel logos, vi si aggirano come in
una foresta di simboli e scelgono senza nessuna difficoltà
quelli che preferiscono. In unepoca in cui tutto sembra dettato
dalle immagini, in cui i bambini e le bambine sembrano intrattenere
un rapporto esclusivo e ossessivo solo con vari tipi di schermi, dai
computer, alle playstation, dalle televisioni ai gameboy, scopriamo
invece la loro naturale e magica inclinazione alle parole. Parole lette,
parole scritte, parole dette. Certo, probabilmente questi bambini e
bambine sono particolarmente ben guidati dalle loro maestre e dai loro
maestri, ma limpressione che abbiamo vedendo il documentario è
che la loro risposta è immediata, naturale. Ci ricordano che
siamo tutti creature del linguaggio, che in esso sta lumano. Alcune
scene mi tornano in mente, a qualche tempo di distanza dalla visione
del documentario: il momento della lettura di gruppo ad alta voce, per
esempio. I bambini e le bambine leggono tutti insieme, con grande piacere,
le loro voci si mescolano e si arrampicano le une sulle altre con grande
armonia. Per questi bambini leggere non è uno sforzo, non è
un compito, è un grandissimo divertimento. La loro maestra ci
dice che è uno scopo importante per lei, e il risultato è
evidente. I bambini e le bambine di questa classe adorano leggere. Poi
mi torna in mente il momento i cui, in unaltra classe, alcune
madri sono invitate dal maestro a raccontare ai bambini e alle bambine
momenti e ricordi delle loro nascite. Parole intime che diventano potenti,
fondanti, perché condivise con i compagni e le compagne, che
le ascoltano con grande serietà. Lemozione si struttura
in parole, quelle delle madri, e diventando parole diventa anche trasmissione,
eredità, possibilità di concepire il tempo futuro perché
una madre dice loro qual è stato linizio, è guardiana
di un momento, un tempo conservato nelle memorie sotterranee delle donne
e che invece ora può essere detto, e che loro possono ascoltare.
E ascoltano infatti, rapiti, profondi, attenti, intimiditi, illuminati.
Parole che cuciono, aggiustano, ridanno la vita, parole di madri non
più confinate al bisbiglio ma dette in una classe. Meraviglioso.
Infine ripenso alle parole che i bambini e le bambine di quinta elementare
scrivono su loro stessi, sul loro anno scolastico, e sul passaggio che
stanno per affrontare accedendo alla scuola media. Ascoltando le parole
di uno di loro, in particolare, non possiamo impedirci di pensare che
stiamo assistendo alla nascita di una poesia. Sono parole complesse
e semplici, misteriose, potenti, poetiche per lappunto. Il bambino
che le legge, con immediatezza, con naturalezza, sembra essersi addentrato,
forse inconsapevole, molto profondamente nellintricata foresta
di simboli che è la lingua italiana, sembra averne attinto alla
sorgente, averne colto lessenza, averne rinnovato la forma, dandole
un senso più puro, come fanno tutti i poeti, come magnificamente
hanno fatto tanti grandissimi poeti italiani, come fa anche lui, Bogdan,
bambino rumeno, alunno di una scuola italiana.
Viene da pensare al divenire di questi bambini e di queste bambine,
alla loro adolescenza. Rimane, questo rapporto con le parole, negli
adolescenti? O essi sono più estranei, più smarriti, più
preda alla spaventosa pressione al consumo e allafasia che da
ogni parte li assedia? Probabilmente, osservandoli attentamente, come
hanno fatto le autrici di questo documentario, avremmo anche da loro
molte sorprese. E tempo di scoprire e di raccontare laltra
faccia di questo paese, la faccia positiva, propositiva, operosa, creativa,
quella di queste maestre e di questi maestri, la faccia di tutti coloro
che non fanno notizia, ma fanno miracoli. (Francesca
Comencini)